In nostro Paese «negli ultimi dieci anni ha visto emigrare all’estero oltre un milione di italiani, più degli abitanti di Napoli, terza città d’Italia» per «circa la metà giovani tra i 15 e i 38 anni» con una «formazione specifica». Di più: l’ultimo anno ha visto un’accelerazione del 36%

Mette spavento confrontare l’attuale fuga dei cervelli con quelli della nostra emigrazione storica: quei 156 mila giovani italiani che se ne sono andati l’anno scorso dal nostro Paese (numeri della Fondazione Nordest rielaborati su dati Istat) sono infatti il doppio di quanti (75.100) se ne andavano annualmente dalla Sicilia, la più sventurata delle nostre regioni di allora, nel drammatico quindicennio 1900-1915 ricordato come quello del Grande Esodo. Con una aggravante sottolineata da Paolo Russo su La Stampa: a differenza dei nostri nonni che allora erano in maggioranza analfabeti (il 71% nel 1910 sulla nave italiana Madonna contro il 49% dei russi scesi lo stesso giorno dalla Lithuania fuggiti dall’impero zarista) tra i nostri emigrati di oggi «il 48% ha una laurea». Un’emorragia suicida. Raccontata da Alessandro Foti nel libro «Stai fuori! Come il Belpaese spinge i giovani ad andare via». Dove si spiega che la penisola «negli ultimi dieci anni ha visto emigrare all’estero oltre un milione di italiani, più degli abitanti di Napoli, terza città d’Italia» per «circa la metà giovani tra i 15 e i 38 anni» con una «formazione specifica». Di più: l’ultimo anno ha visto un’accelerazione del 36%. Peggio ancora, non vale la teoria che è tutto il mondo a girare: per ogni giovane che sceglie di venire in Italia, sono nove gli under 34 italiani che se ne vanno.

C’è la consapevolezza di quanto sta succedendo? Del rischio che il nostro Paese continui a perdere fasce di classe dirigente culturale, scientifica, professionale costrette a cercare spazi altrove? Domande scomodissime. Certo è distratta la classe politica. Soprattutto sul versante ricerca scientifica e innovazione. Basti consultare la banca dati dell’Ansa. Incrociando nei titoli i nomi dei principali leader con le parole ricerca e innovazione. Due titoli per Antonio Tajani, uno per Giuseppe Conte, zero per Matteo Salvini, zero per Elly Schlein che in compenso ha 59 titoli abbinati ai «diritti». E Giorgia Meloni? 47 titoli su immigrati e dintorni, 110 sulla giustizia, 122 su premierato, due sulla «ricerca». Nessuno stupore: nello stesso discorso d’insediamento del suo governo alla Camera e nella replica al Senato, il 25 ottobre 2022, la premier spese quasi ventimila parole e parlò di «nazione» e «giovani» e donne come Cristina e Alfonsina e Tina, Nilde, Rita, Oriana, Ilaria, Mariagrazia, Fabiola, Marta, Elisabetta, Samantha… E la ricerca? Zero. Purtroppo: zero.

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