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Alle prime Europee, nel 1979, andò a votare l’88,65%; alle ultime il 48,31. Sono molte le ragioni, anche demografiche, che spiegano questo crollo. Serve un sforzo, collettivo e individuale, per scuotere i cespugli dell’astensionismo «volontario»

Perché andiamo sempre meno a votare? Chi sono i milioni di “aventi diritto” che rinunciano ad esercitarlo? Ne parliamo dopo ogni consultazione. Giustamente. La tendenza appare inesorabile, con l’effetto di depotenziare le democrazie rappresentative così come le abbiamo concepite e vissute finora. All’indomani della Seconda guerra mondiale, alle prime politiche con il suffragio allargato alle donne, la partecipazione superò il 90 per cento; alle ultime, nel 2022, si è fermata al 63,9. Alle prime Europee, nel 1979, andò a votare l’88,65%; alle ultime il 48,31. Nel ciclo 2020-2024 del voto regionale, quello che dovrebbe garantire di poter incidere sul proprio territorio, la diserzione alle urne ha sempre oscillato un po’ sopra o un po’ sotto il 50%, come è successo in Umbria e in Emilia-Romagna.
Da questi dati scaturisce una frase che sentiamo ripetere con rassegnazione – o con scherno verso i vincitori – subito dopo la conta delle schede: l’unico partito in crescita è quello dell’astensione. Come sottolinea Nando Pagnoncelli, presidente Ipsos, questo è vero se guardiamo ai numeri come a un unico blocco. Una prima osservazione è che esiste un astensionismo “involontario”, rappresentato dalle persone che hanno difficoltà a raggiungere il seggio (sempre di più in una popolazione che invecchia) e da quanti sono lontani per ragioni di lavoro/studio dal comune di residenza (a loro volta in aumento per le nuove forme di mobilità sociale). Sommando i due gruppi, arriviamo a oltre 9 milioni. Non pochi. Ma ogni ragionamento sul voto digitale o per corrispondenza viene archiviato con un’alzata di spalle: c’è ben altro di cui dovremmo (pre)occuparci…
È vero che c’è ben altro, potremmo però scegliere di muoverci in due direzioni. Da una parte mandare un segnale a chi vorrebbe votare, ma si sente “dimenticato”, anziani e ragazzi, considerati portatori deboli di consenso e quindi sacrificabili. Dall’altra provare a scuotere i cespugli dell’astensionismo “volontario”, dove si nasconde l’elettorato che non ci crede più e che – dopo una stagione da separati in casa, magari con qualche riavvicinamento – medita ora di divorziare dalla rappresentanza politica. Anche qui Pagnoncelli tiene a distinguere tre fattori. Il primo è legato alle condizioni economiche precarie e alla marginalità sociale che induce strati significativi della popolazione ad autoescludersi. Il secondo è la “sfiducia controllata” che ferma sulla soglia di casa quanti prevedono di perdere e ne deducono che non valga la pena: tanto – in una democrazia matura – non ci saranno dissesti per la mia vita privata… Attitudine pericolosa perché esaspera le asimmetrie e svuota le opposizioni.
Il terzo gruppo degli “astenuti per scelta” è trasversale a generazioni e professioni, indifferente all’articolo 48 della Costituzione secondo cui il voto resta, anche, «un dovere civico». È giusto riconoscere lo scoramento che ci assale davanti alle zuffe tra politici, agli show televisivi della sera o a quelli spinti dagli algoritmi sui social. È giustissimo sentirsi assordati dalla vacuità di un linguaggio estremista fino a diventare fracasso fine a sé stesso. La tentazione di un esilio interno, nel proprio Paese o nella propria città, è probabilmente presente in tutte le nostre riflessioni sul bene comune, sulla necessità di individuarlo e di affidarlo alle mani migliori. Alla radice c’è una disaffezione per la politica che colpisce molti sistemi occidentali. Nelle presidenziali americane, per esempio, Kamala Harris è stata penalizzata da un “astensionismo borghese”, come viene definito, in contee liberal ritenute affidabili.
Quest’onda immobile di indecisi, che hanno spento la propria voce, è una riserva irrinunciabile della democrazia.
Dovremmo osservare con attenzione quanto avviene negli Stati autocratici, dove le elezioni sono un cancelletto che apre su uno spazio chiuso, dove i cittadini si aggirano privati di ogni influenza reale. Come scrive Anne Applebaum nel suo ultimo saggio, la ditta globale Autocrazia S.p.A si è convinta di essere sulla strada della vittoria. Una convinzione che il mondo democratico ha contribuito a consolidare, a lungo, fin troppo. È tempo di confutarla. E questo richiede lo sforzo, collettivo e individuale, di proteggere le democrazie – con tutti i loro difetti e tutte le loro cicatrici – dalla brutalità dei demagoghi fuori e dall’inerzia interna.

A.N.D.E.
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