Sono arrivate come uno stillicidio le termination letters dagli Stati Uniti. Dopo la chiusura repentina di Usaid a fine gennaio e il congelamento dei fondi per progetti già contrattualizzati, sono arrivate a fine febbraio le comunicazioni di chiusura definitiva. Nel nostro caso per progetti per oltre 15 milioni di euro in Uganda, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Ecuador, Kenya, Brasile. Ma sono centinaia le organizzazioni come la nostra che, nel mondo, da un giorno all’altro, hanno dovuto chiudere programmi già avviati.
Se dapprima si auspicava che il congelamento degli aiuti americani fosse provvisorio, ora tra azioni legali incrociate e sentenze che aprono spiragli molto incerti e parziali, la speranza sta sfumando: sono terminati migliaia di servizi ai più vulnerabili, compresi interventi salvavita, è finita la distribuzione di farmaci antiretrovirali, azzerata l’accoglienza di rifugiati, tradita la promessa di uscita dalla povertà rivolta a centinaia di migliaia di persone, licenziati centinaia di staff.
Eppure cinquant’anni di esperienze di terreno, in luoghi ai margini della terra, non si sbriciolano così: con i nostri beneficiari, insieme ai quali abbiamo lavorato nelle tendopoli, negli slum, in città devastate da terremoti o alluvioni, o lungo i percorsi migratori, abbiamo imparato che non si è mai determinati dalle circostanze, neppure le più avverse, che si può ripartire sempre.
Né il colpo dell’amministrazione americana, che ha ritirato il 95% dell’aiuto stanziato pari a 40 miliardi nel 2025, né la scelta del premier inglese di spostare una quota dei fondi dalla cooperazione alla difesa incrinano la certezza che il nostro lavoro resti un pilastro fondamentale per garantire il vivere insieme in un mondo interconnesso e complesso.
Quella vulgata secondo la quale, tutto sommato, questa svolta americana avrebbe finalmente smascherato l’ipocrisia di soldi buttati via, regalati a chi non sa svilupparsi o, peggio, usati per alimentare un sistema corrotto, è infondata, oltre che inaccettabile. Ogni singolo euro o dollaro speso per implementare programmi di sviluppo o di emergenza esercita un impatto positivo non solo su chi intende aiutare nell’immediato, ma su di noi, sul mondo intero: è efficace perché cambia in meglio la vita delle persone, concorrendo a costruire società più giuste, sviluppo economico e sicurezza, che è la grande emergenza evocata da tutti.
Non ci stancheremo mai di ripetere, perché lo sperimentiamo ogni giorno: non ci può essere benessere per qualcuno, se non si lavora per lo sviluppo di tutti.L’Italia in questo, con il Piano Mattei integrato al Global Gateway europeo e alla cooperazione multilaterale, sta nei fatti dimostrando che sceglie di procedere sulla via della collaborazione alla pari con gli altri Paesi, non quella della competizione predatoria che genera conflittualità. In esso si riconosce la cooperazione allo sviluppo quale parte integrante e qualificante della politica estera, strumento di promozione di stabilità economica e pace, oltre che di solidarietà. In questo senso il Piano Mattei è un bene da tutelare di questi tempi.
Chi, con le sue tasse, contribuisce a finanziarla, lo deve avere chiaro: la cooperazione internazionale può migliorare e trovare vie innovative per avere ancor più efficacia sistemica, ma merita fondi adeguati, è un investimento. Mentre crea le condizioni per salvare bambini dall’estrema povertà e mandarli a scuola in luoghi lontanissimi da noi, mentre favorisce piani di sviluppo agricolo, imprenditoriale o urbano sostenibile, sta tutelando il destino nostro e dei nostri figli, qui.

A.N.D.E.
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