Il centrodestra ha vinto, nel centrosinistra sfuma la possibile tripletta. Resta il problema dell’astensionismo

La destra ha vinto, la sinistra ha perso in Liguria. Ma per un’incollatura. E il risultato provocherà qualche increspatura, in particolare nello schieramento sconfitto: sebbene entrambi dovrebbero riflettere sul calo dell’elettorato, che ridimensiona e accomuna vittorie e sconfitte. Né si può ignorare la coincidenza di questo voto locale con uno sfondo di scandali, tensioni legate alla manovra economica, e dossieraggi inquietanti. Ma per paradosso, uno dei tanti di questo voto, avrebbero dovuto favorire le opposizioni e non la maggioranza di Giorgia Meloni.
Si pensava che l’inchiesta giudiziaria che ha travolto la giunta di Giovanni Toti avrebbe spianato la strada al Pd e agli alleati.
Invece, alla fine il tre a zero che sognavano di incassare tra Liguria, e poi Umbria e Emilia-Romagna, chiamate alle urne a novembre, al massimo diventerà un due a uno. Il partito di Elly Schlein può essere soddisfatto del risultato ottenuto in una regione dove continua ad avere un certo radicamento: è nettamente primo, quasi doppiando FdI. Il problema è che non gli è bastato per vincere. Ieri ha ricevuto la conferma che le sue alleanze sono virtuali e perfino ininfluenti, se il proprio candidato trascina meno della coalizione. Radicalizzano le liti e minano la credibilità dello schieramento del quale in teoria fanno parte.
Il gioco di veti tra M5S e Iv di Matteo Renzi, aggiunto alla faida grillina tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte sono stati atti di sabotaggio più o meno intenzionale verso il cartello delle opposizioni. Se qualcuno nutrisse dei dubbi, il voto ligure dovrebbe averli spazzati via. Non esiste nessun campo, o area, o cartello nel quale possano convivere tutti gli avversari di Palazzo Chigi. Né si delinea, se non nelle mire smisurate di Conte, una competizione tra Cinque Stelle e Pd per chi dovrà fare il capo del governo: tanto più in una prospettiva oggi altamente improbabile di vittoria della sinistra.
Il M5S è sotto il 5 per cento nella regione di Grillo, che non ha nemmeno votato. Dunque, senza un cambio di schema e di riferimenti, difficilmente il Pd riuscirà a scalfire il primato del destra-centro. Se non ci è riuscito questa volta in Liguria, a livello nazionale diventerà quasi proibitivo. Detto questo, Meloni, Lega e FI hanno il compito di resistere alla tentazione di sfruttare la rendita di posizione di un fronte avversario slabbrato e diviso. E non solo perché l’affermazione di ieri è arrivata di misura, grazie a un candidato civico in mancanza, come sempre più spesso capita, di un accordo tra alleati.
Il tema della classe dirigente della maggioranza rimane acuto e irrisolto: in primo luogo a livello locale ma, come si vede in queste settimane, con un rimbalzo troppo frequente sull’esecutivo. Esiste poi una questione che riguarda non l’uno o l’altro schieramento, ma il sistema politico. Il calo di altri sette punti nella partecipazione al voto è un segnale brutto. Si dirà che con la caduta della giunta di Giovanni Toti per le inchieste della magistratura, un astensionismo alto era inevitabile. Può darsi, ma bisogna stare attenti a non crearsi un alibi.
Già alle elezioni europee del giugno scorso, l’affluenza alle urne era stata inferiore al cinquanta per cento. E questo nonostante la presenza dei maggiori leader in lista, che avrebbe dovuto catalizzare la partecipazione; e a dispetto di un sistema proporzionale che permetteva di misurare il peso dei singoli partiti e il loro gradimento. Senza nulla togliere al successo ottenuto allora da Meloni e Schlein, che ebbero il 28 e il 24 per cento, non si può non osservare che quel risultato va tarato sul 49 e rotti per cento di votanti. E dunque mostra consensi importanti ma di minoranza.
Può sembrare un calcolo ozioso, di fronte a un’affermazione chiara: in particolare se confrontata con le percentuali di altri partiti. Eppure, si delinea come un tema centrale per formazioni politiche che in prospettiva hanno l’ambizione di celebrare e affrontare consultazioni referendarie a ripetizione: sia per contrastare la riforma dell’autonomia regionale differenziata voluta dalla Lega; sia per fare approvare dal popolo un’elezione diretta del presidente del Consiglio, che per Meloni significa «la madre di tutte le riforme».
L’astensionismo a livello locale e alle Europee conferma e sottolinea un fenomeno di distacco non solo dai partiti ma dalle istituzioni. È un campanello d’allarme che sarebbe rischioso non volere sentire. Dice che esiste un popolo elettorale deluso profondamente dall’offerta politica di oggi. E che, almeno in parte, aspetta di capire chi sarà capace di offrirgli una buona ragione per tornare a votare. È il dilemma inconfessato che ristagna al di là di un risultato chiaritosi in extremis. Incoraggiante per la maggioranza. Disastroso per i suoi avversari. Preoccupante per tutti.

A.N.D.E.
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