Gli scambi commerciali con la Cina. Se tassiamo l’offerta e sussidiamo la domanda, per le auto cinesi potrebbe restare comunque un mercato, ma più piccolo. Cioè che il dazio vanifichi il bonus

Economia e geopolitica non si mescolano bene. La Commissione europea (uscente) è preoccupata delle importazioni di veicoli elettrici prodotti in Cina. In Europa l’acquisto di questi ultimi è fortemente incentivato (anche se non nella stessa misura in tutti i Paesi). Ciò ha fatto aumentare la domanda: che è quel che la Commissione voleva. Ma a venire richieste sono auto cinesi, e questo la Commissione non lo voleva affatto. Di qui, un deciso aumento dei dazi, che pure non raggiungono il livello statunitense (il 100%). E che l’Unione europea, a differenza degli Usa, ha motivato con una indagine conoscitiva, cercando dunque di non sacrificare le proprie regole per un prurito geopolitico.
I dazi sono una ritorsione per i sussidi distribuiti da Pechino: un tentativo di livellare il campo di gioco. Per funzionare, dovrebbero colpire prodotti di qualità inferiore o paragonabile a quella europea, resi attraenti solo dal prezzo, ridotto dal sostegno pubblico.
In questo caso, si dovrebbe temere il peggio: i cinesi potrebbero accrescere i sussidi, perché i prezzi risultino invariati. Le guerre commerciali cominciano così.
Ma non è detto che i consumatori comprino cinese solo per risparmiare. Tradendo il principio della neutralità tecnologica (che più che con la tecnologia ha a che fare con la prudenza), la Commissione ha scelto l’elettrico per raggiungere i suoi obiettivi ambientali. Facendolo, ha di fatto buttato a mare il know how del settore automobilistico europeo e i più recenti progressi su motori e carburanti. Si è ripartiti tutti da zero. È possibile che, forti della nostra stessa percentuale di ingegneri geniali ma su 1 miliardo e 200 milioni di persone, i cinesi abbiano imparato prima e meglio di noi a fare auto elettriche.
Se tassiamo l’offerta mentre continuiamo a sussidiare la domanda, potrebbe darsi che per le macchine cinesi resti comunque un mercato, ma più piccolo. Cioè che il dazio vanifichi il bonus.
Il protezionismo dovrebbe servire a comprare tempo, affinché i produttori europei riprendano slancio. Succederà? Ancora negli anni Ottanta dazi e quote d’importazione, concepiti a vantaggio dell’industria nazionale, facevano sì che giusto lo 0,1% delle auto vendute in Italia arrivasse dal Giappone. Appena vennero meno, però, gli italiani presero ad acquistarne. E la principale impresa italiana, che si era seduta sugli allori, giunse a un soffio dalla bancarotta. La salvò Marchionne, non nuove protezioni.

A.N.D.E.
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