Parita di genere 1

L’esperienza degli altri Paesi ci insegna che il circolo virtuoso fra lavoro femminile e natalità si attiva solo attraverso un largo ventaglio di misure

In Italia la parità progredisce lentamente, troppo lentamente. Lo dicono tutti gli indicatori statistici. E lo pensano, soprattutto, i cittadini. Il 54% degli italiani ritiene che l’eguaglianza di genere sia lungi dall’essere stata raggiunta nella sfera del lavoro, 58% all’interno delle imprese, 61% nelle istituzioni politiche. Il doppio rispetto ai paesi scandinavi, ma molto di più anche rispetto alla Germania o al Regno Unito. Gli uomini sono più ottimisti delle donne, ma il divario non è alto. Lentezza e ritardi stridono rispetto alla crescente rilevanza della parità come obiettivo, alla consapevolezza circa i suoi effetti positivi per l’intera società. Si sta ormai radicando l’idea che l’occupazione femminile faccia bene all’economia. Si comincia a capire che il lavoro delle donne promuove la natalità, se accompagnato da condivisione nella cura e adeguate misure di conciliazione. E l’eguaglianza di genere è finalmente riconosciuta, almeno fra i giovani, come un diritto fondamentale, senza se e senza ma. Perché questo consenso non genera una domanda politica «forte»? Fatta propria e indirizzata verso le istituzioni da partiti e sindacati?
Un Paese a noi molto vicino, la Spagna, ha fatto passi da gigante nell’ultimo ventennio proprio grande a una ventata di mobilitazione dal basso, a suo tempo intercettata dal socialista Zapatero. Anche in Germania i progressi sul fronte dell’occupazione e della conciliazione sono stati promossi dal basso e inseriti nell’agenda di governo da due donne — Angela Merkel e Ursula von der Leyen — con il sostegno di alcune colleghe socialdemocratiche.
In Italia il movimento delle donne è stato meno efficace che altrove nell’elaborazione e comunicazione di un’agenda di ampio respiro, capace di collegare i temi dei diritti e delle diversità, per quanto importanti, con obiettivi di carattere economico, sociale e demografico.
La sinistra ha abbracciato il tema dei diritti ma fatica (soprattutto tra i sindacati) a modernizzare il paradigma egalitarista tradizionale. La destra sta lentamente scoprendo i temi della natalità e dell’occupazione femminile, ma non sembra resistere alla tentazione di inserirli in una cornice nazionalista, nativista e moralista.
Intanto la spesa pubblica per famiglia e infanzia resta ai livelli più bassi d’Europa. Una deviazione che ci è stata recentemente rimproverata dall’Unione europea e che difficilmente sarà arrestata da una legge di bilancio per il 2025 che pure promette di guardare al futuro e investire tutto il possibile su imprese e natalità.
L’esperienza degli altri paesi c’insegna che il circolo virtuoso fra lavoro femminile e natalità si attiva solo attraverso un largo ventaglio di misure che incidano sul reddito, su tempi, congedi, servizi e lavoro flessibile. Invece di imporre queste misure dall’alto, «one size fits all», sarebbe forse meglio fornire una «dote» che consenta a ogni coppia di individuare il pacchetto più adatto alle proprie esigenze.
Questa «dote per la parità» darebbe accesso a trasferimenti, servizi, crediti fiscali o contributivi e altro ancora fino a un certo tetto, calibrato in base alla situazione delle beneficiarie. Un ballon d’essai, per ora, una proposta tanto per cominciare. Volta a garantire più protezione, più eguaglianza e più libertà.

A.N.D.E.
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