Fonte: Corriere della Sera

lettura

di Beppe Severgnini

Il Salone italiano del libro non ci sarà. Gli autori, nel 2017, dovranno scegliere: Milano o Torino? Personalmente, non ho dubbi: né qui né là

«Milano e Torino, rottura sui Saloni». Del titolo — impeccabile — sul Corriere di ieri, propongo un’interpretazione brutale: basta, questa storia ci ha stancato! Due belle città in crescita riescono a litigare, come due paesotti confinanti per una questione di sagre concorrenti. Invece di un grande Salone Italiano del Libro, per competere con Francoforte e Londra, due saloncini, preceduti da innumerevoli polemiche, litigi, accuse, ripicche. Perché è accaduto? Perché gli editori italiani si sono spaccati? Giuro: non lo so. Scrivo per i giornali da trentacinque anni, pubblico libri da ventisette, ho partecipato una decina di volte al Salone di Torino, lavoro a Milano: e non l’ho capito. L’ho chiesto ad altri autori, giornalisti culturali, direttori editoriali, agenti letterari: non l’hanno capito neppure loro. E quando nessuno capisce, perdonate, la colpa è di chi spiega.

L’unica cosa certa è che — cito il ministro Dario Franceschini — «ci ritroviamo con due Saloni del Libro a 100 chilometri di distanza che si faranno una concorrenza sfrenata e questo è un pessimo risultato non solo per il Paese ma anche per la filiera dell’editoria e per il mondo del libro». Un peccato: perché Milano e Torino hanno il respiro dell’Europa; e l’Italia, oggi più che mai, offre al mondo un luogo fascinoso e sicuro dove ragionare insieme di cose belle, come i libri.

Guardate Festivaletteratura di Mantova, che ha appena festeggiato la XX edizione. Un grande successo: in Europa non c’è nulla del genere, neppure Hay-on-Wye, in Galles, che fornì l’ispirazione. Non lo dico io, lombardo e italiano; lo dicono i grandi scrittori internazionali, che fanno la fila per esserci. Certo, Mantova è una festa per autori e lettori, un Salone del Libro è anche un’occasione d’incontro e di lavoro per gli editori. Ma viene un sospetto: Festivaletteratura è in salute anche perché gli otto fondatori (un libraio, un commercialista, una gallerista, un architetto etc) non hanno tollerato intrusioni. A Milano e a Torino si sono impegnati la politica, le amministrazioni locali, l’industria, le banche: il risultato, lo vediamo.

Potevano chiamarlo MiTo, potevano chiamarlo ToMi (si parla di libri, no?). Non lo chiameranno, invece; perché il Salone italiano del libro non ci sarà. Gli autori, nel 2017, dovranno scegliere: Milano o Torino? Magari tutt’e due? Personalmente, non ho dubbi: né qui né là, con un po’ di malinconia.

A.N.D.E.
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