Fa discutere il mandato di cattura internazionale per Netanyahu. È la prima volta che un simile provvedimento viene spiccato contro un leader occidentale: in questo modo il leader israeliano è stato messo sullo stesso piano dei capi terroristici di Hamas
Non era mai accaduto che un mandato di cattura internazionale fosse spiccato contro un leader dello schieramento occidentale, come il premier israeliano Benjamin Netanyahu, e per giunta a guerra in corso. Il precedente provvedimento deciso dalla Corte penale internazionale (Cpi) contro Vladimir Putin, non sollevò polemiche analoghe. Si può e si deve discutere se, nell’ottica di una sempre più lontana ma indispensabile giustizia universale, sia corretto mettere sullo stesso piano il capo di un governo democraticamente eletto, con il suo oggi ex ministro della Difesa, Aluf Yoav Gallant, e i capi di un’organizzazione terroristica come Hamas, peraltro uccisi da Israele.
I 124 Paesi che hanno aderito alla Cpi dovrebbero, in base ai trattati sottoscritti, dare esecuzione al mandato nel loro territorio. Putin andò in Mongolia e ciò non avvenne. E anche nel caso del presidente sudanese Omar Hassan Ahmad Al Bashir, accadde qualcosa di analogo. Colpito da mandato d’arresto per crimini contro l’umanità in Darfur andò in giro per diversi Paesi africani firmatari degli accordi istitutivi della Corte. Ora bisognerà capire se gli stati inadempienti (e potrebbe facilmente succedere anche per Netanyahu) oltre ad essere sanzionati saranno espulsi. Misura che però, come dimostra la prudenza usata nei confronti degli stati africani nel caso Al Bashir, rischierebbe di ridurre la giurisdizione della Corte penale internazionale e anche, di conseguenza, la sua opera di carattere preventivo a difesa dei diritti universali.
Un libro fondamentale per comprendere origini e ragioni della Corte penale internazionale e del suo rapporto con gli Stati, aderenti e non, è quello di Chantal Meloni dal titolo Giustizia universale? (Il Mulino). Il governo italiano, come è noto, si è diviso sul mandato per Netanyahu. Il nostro è il Paese nel quale venne firmato, nel 1998, lo Statuto di Roma istitutivo della Cpi. L’idea di giustizia universale è fondata su molti autorevoli contributi di giuristi italiani, da Pietro Nuvolone, ad Antonio Cassese a Fausto Pocar. Non può essere la giustizia dei vincitori o dei più forti. E fu un grande giurista, come Giuliano Vassalli, a domandarsi, con spirito autocritico, in particolare dopo il processo di Norimberga, se non avesse dedicato troppa poca attenzione ai crimini commessi dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Dopo la fine della Guerra Fredda, e con l’istituzione di due tribunali per i crimini nella ex Jugoslavia e nel Ruanda, il diritto penale internazionale fece aumentare le speranze di una lotta, anche preventiva, ai crimini internazionali. Speranze disilluse. Solo chi perde il potere sembra essere perseguibile. L’Italia può ancora scrivere pagine importanti nel cammino impervio della giustizia universale. Per esempio approvando definitivamente il «codice dei crimini internazionali», elaborato da una commissione nominata dall’allora ministra della Giustizia, Marta Cartabia. Altri Paesi sono più avanti di noi nell’implementare il trattato che istituisce la Corte penale internazionale, che si chiama Trattato di Roma.