Gasdotto

Pechino non solo ha imposto dazi, in ritorsione a quelli voluti da Trump, ma da quaranta giorni ha smesso del tutto di rifornirsi di gas dagli Stati Uniti: un copione che aveva già seguito durante il primo mandato del presidente. Ma adesso il Dragone ha maggiori capacità di influenzare il mercato

La grande guerra commerciale è appena cominciata e la Cina ha già voltato le spalle al gas «made in Usa», addirittura azzerando negli ultimi quaranta giorni le importazioni di Gnl a stelle e strisce. Un “digiuno” così prolungato non si verificava da giugno 2023, ricorda Bloomberg. E tutto lascia pensare che la situazione nel breve termine non cambierà: oggi come oggi non c’è nemmeno una metaniera in rotta tra gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese, secondo Kpler.
In risposta ai dazi di Donald Trump Pechino il 10 febbraio ha imposto a sua volta dazi su una serie di merci, concentrandosi in modo particolare sui combustibili: per il gas l’aliquota è al 15 per cento, sufficiente a far perdere competitività alle forniture dagli Usa, tanto più in un mercato in cui al momento l’offerta non scarseggia.
In più c’è probabilmente la volontà politica di punire Washington boicottando una voce d’esportazione particolarmente significativa anche dal punto di vista simbolico: le «molecole di libertà» che la Casa Bianca vorrebbe ulteriormente diffondere nel mondo, per consolidare il «predominio energetico» degli Stati Uniti.
Gli acquirenti cinesi di Gnl potrebbero in realtà aver già dirottato molti carichi verso altri mercati, agevolati dal fatto che i produttori Usa vendono attraverso contratti molto flessibili, senza vincoli di destinazione: una pratica collaudata – soprattutto nel 2022, durante la grave crisi energetica che ha colpito l’Europa – e che di nuovo potrebbe favorire il Vecchio continente, esercitando un’influenza ribassista sui prezzi del combustibile.
L’export di Gnl Usa si dirige già per circa metà verso l’Europa, tendenza che si è instaurata negli ultimi tre anni, in parallelo alla perdita di forniture via gasdotto dalla Russia. La Cina viceversa non ha una forte dipendenza da Washington per il gas, né d’altra parte è vero il contrario: l’anno scorso Pechino ha ricevuto dagli Usa appena il 6% delle sue forniture di Gnl, l’equivalente di circa 6 miliardi di metri cubi di gas, per un valore di 2,4 miliardi di dollari, ricorda un recente rapporto del Center on Global Energy Policy (Cgep) della Columbia University. E gli Usa hanno inviato appena il 5% dell’export di Gnl in Cina (anche se questa è la quota maggiore in assoluto per un singolo Paese).
Il Dragone aveva già utilizzato il Gnl per ritorsioni contro gli Usa, durante il primo mandato di Trump: all’epoca i dazi cinesi salirono da un iniziale 10% fino al 25% nel 2019 e le importazioni vennero azzerate per un lunghissimo periodo, da marzo 2019 ad aprile 2020. Oggi il potere della Cina di influenzare il mercato è ancora più forte, grazie al grande numero di contratti di fornitura pluriennali che ha siglato con produttori Usa – soprattutto nel periodo tra il 2021 e il 2023 – e a quelli che potrebbe (o meno) firmare nel futuro: se decidesse di non farlo potrebbe infliggere un colpo potenzialmente mortale ai progetti di nuovi terminal di esportazione, che hanno bisogno di trovare “clienti” per ottenere finanziamenti dalle banche.
Proprio martedì 18 – con un gesto di nuovo altamente simbolico – una società cinese, China Resources Gas International, ha firmato un contratto di fornitura di Gnl con Woodside Energy Resources, il primo da molti anni con una società australiana. Il contratto prevede l’acquisto di 600mila tonnellate l’anno per 15 anni a partire dal 2027.
Nel frattempo gli Usa hanno intensificato le attività di promozione del proprio Gnl. Ma «scatenare l’energia americana», come si propone uno dei tanti ordini esecutivi firmati da Trump, non si sta rivelando facile. I costi sono in salita, spinti da tassi d’interesse ancora troppo elevati, carenze di personale e rincari di materiali e attrezzature, denunciano gli analisti di Poten and Partners, prevedendo tariffe di liquefazione oltre 2,50 $/mmBtu.
Molti produttori, riporta Reuters, starebbero cercando di rivedere le condizioni di vendita con i clienti in risposta all’aumento dei costi. E anche la parabola di Venture Capital in Borsa è un spia di quanto le cose potrebbero mettersi male per il settore: dopo un’Ipo deludente, la società è crollata ulteriormente a Wall Street perdendo oltre un terzo del valore in un solo giorno il 7 marzo, quando ha comunicato un forte calo dell’export e un aumento a sorpresa da 1,3 miliardi di dollari del costo di realizzazione del nuovo impianto Plaquemines Lng.

A.N.D.E.
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