Risposte e negoziati, la strada che deve percorrere l’Europa. La questione delle ritorsioni da un punto di vista puramente economico, rispondere ai dazi con altri dazi, può essere autolesionista perché genera inflazione in Europa e avvicina il rischio di un avvitamento. Ma sul piano politico l’inazione rischia di essere interpretata a Washington come un’impotenza, che invita nuovi attacchi da parte di Trump
Sarà anche un caso, o più probabilmente no. Ma il mese prossimo un fondo d’investimento di Shanghai chiamato M31 Capital organizza una missione in Europa di una ventina di grossi conglomerati industriali cinesi, tutti soggetti (almeno) da miliardi di dollari o di euro di fatturato. Le tappe già previste sono Monaco di Baviera, Barcellona e Stoccolma — l’Italia non figura — ma l’agenda non è necessariamente chiusa, soprattutto se gli investitori cinesi verranno corteggiati con sufficiente insistenza. Pechino è la capitale più colpita dai dazi di Donald Trump, con un più 54% solo nelle ultime settimane che potrebbe diventare più 79% se arrivasse la sanzione annunciata per i suoi acquisti di petrolio dal Venezuela. Per questo i cinesi moltiplicano i segnali a bassa frequenza di disgelo verso l’Europa, l’ultimo dei quali è un crollo delle loro forniture di prodotto a «uso duale» (militare e civile) alla Russia. Nei primi due mesi del 2025 sono scese del 17% rispetto a un anno prima le vendite agli apparati di Mosca di sistemi elettrici e elettronici, mentre quelle di veicoli, sistemi aerei e relative componenti si sono quasi dimezzate. La Cina vuole la pace commerciale con noi europei perché dagli Stati Uniti non ha altro che guerra. E ce lo fa capire come può.
In fondo scommette sulla nostra paura, vedendo come in Europa ci troviamo spiazzati dai dazi di Trump e siamo affannosamente in cerca di reazioni plausibili.
Di sicuro a Bruxelles come a Berlino e a Madrid, più che a Roma o a Parigi, oggi si discute di come aprire di più l’accesso mercatile dell’Europa alla superpotenza dell’estremo oriente. Ma va tutto messo in prospettiva. La Repubblica popolare rappresenta per noi un mercato di consumi di dimensioni simili alla Svizzera, onorevole e interessante, ma nulla che possa lontanamente sostituire i fatturati che gli esportatori rischiano di perdere negli Stati Uniti. Per non parlare del rischio che quest’apertura implichi in contropartita un afflusso ulteriore di macchine utensili, dispositivi medici, auto, in futuro anche di aerei e altri beni industriali cinesi pesantemente sussidiati che spiazzerebbero ancora di più le aziende dei nostri Paesi.
La lezione è che non ci sono scorciatoie. Di fronte a fenomeni delle dimensioni di quelli innescati da Donald Trump – la fine di un’idea collettiva di Occidente, la chiusura dell’America in se stessa, la ritirata di una globalizzazione creata da Washington e Wall Street a loro immagine – i colpi di bacchetta magica non esistono. Non importa quale sia il dosaggio delle ritorsioni che l’Europa metterà in campo, perché il mondo di prima comunque non tornerà. Le risposte vanno costruite mattone per mattone, su molti piani diversi: tecnologico e industriale, della difesa, della sicurezza e dell’integrazione finanziaria in Europa, dell’educazione della forza lavoro e dell’opinione pubblica. Se i politici in Italia e in Europa si facessero prendere dall’ansia di mostrare che stanno facendo qualcosa di decisivo subito, qualsiasi cosa, avrebbero magari qualche titolo in più nelle notizie della sera. Ma non avvicinerebbero una soluzione.
Questa invece può partire solo da una presa d’atto della realtà com’è, anche per l’Italia. L’anno scorso il nostro Paese ha perso 2,4 miliardi di euro di fatturato rispetto al 2023 nell’export verso gli Stati Uniti, 3,8 miliardi in Cina, cinque miliardi in Germania e mezzo miliardo verso la Corea del Sud. I Paesi avanzati diventavano sempre più difficili da prima di Trump. Ma l’Italia ha guadagnato dodici miliardi di fatturato l’anno scorso in una lista di venticinque mercati con meno blasone: Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Messico, Brasile, Australia e via elencando l’ampio ceto medio dell’economia internazionale nel quale centinaia di milioni di persone vorranno sempre di più prodotti italiani. Questo è un lavoro di scoperta di una globalizzazione forse meno visibile, ma reale, che può aiutare il Paese ad ammortizzare il colpo che comunque da Trump arriverà.
Ad essere onesti, neanche questo potrebbe bastare nel breve termine. Le nuove economie emergenti potrebbero ammortizzare meccanicamente una perdita di fatturato di una decina di miliardi di euro negli Stati Uniti, solo se tutto il resto rimanesse uguale. Ma quella di Trump è la manovra protezionista più violenta mai vista nel mondo dallo Smoot-Hawley Act del 1930, la legge americana che innescò ritorsioni dalle altre grandi economie e portò alla Grande depressione. In modo simile, si spera molto meno pesante, anche gli annunci della Casa Bianca di questa settimana possono frenare la crescita in tutto il pianeta. Difficilmente Trump accetterà una marcia indietro sostanziale, senza drastiche e costose concessioni dalle altre grandi aree. E già solo i dazi americani nella forma attuale rappresentano una tassa da circa 500 miliardi di dollari sulle imprese di tutto il mondo: figurarsi se e quando altri Paesi risponderanno, a cascata.
La questione delle ritorsioni europee va studiata in questa luce. Da un punto di vista puramente economico, rispondere ai dazi con altri dazi può essere autolesionista perché genera inflazione in Europa e avvicina il rischio di un avvitamento. Su questa posizione sono l’Italia e, in modo più sfumato, sia il futuro cancelliere di Berlino Friedrich Merz che la grande industria tedesca. Ma sul piano politico l’inazione rischia di essere interpretata a Washington come un’impotenza, che invita nuovi attacchi da parte di Trump. Probabile dunque che la Commissione europea cerchi una via di mezzo, scegliendo ritorsioni destinate a entrare in vigore solo dopo almeno un mese di negoziati.
Nel frattempo c’è però un aspetto che a Bruxelles si seguirà con attenzione. Il 18 aprile JD Vance sarà a Roma e molti vi vedono una trappola del vicepresidente americano per provare dividere e indebolire il fronte europeo. Non sarebbe la prima, da parte sua. Caderci, per l’Italia, sarebbe come mettersi da sola un evitabile dazio in più.