Il «rispetto dei ruoli» e «degli altri», da non confondere con l’amore e l’affetto: perché la scelta del Vocabolario dice molto
È una parola nobile, quella eletta dalla Treccani a parola dell’anno. Rispetto. Una parola nobile perché appartiene alla sfera dell’etica e riguarda la relazione con gli altri. Dunque, quasi un auspicio, un invito a cambiare registro, espressivo oltre che comportamentale. Lo spiegano bene i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, condirettori del Vocabolario Treccani: «Dovrebbe essere posta al centro di ogni progetto pedagogico, fin dalla prima infanzia, e poi diffondersi nelle relazioni tra le persone, in famiglia e nel lavoro, nel rapporto con le istituzioni civili e religiose, con la politica e con le opinioni altrui, nelle relazioni internazionali». È tutto? No, si precisa giustamente che «la mancanza di rispetto» è all’origine delle violenze sulle donne, sulle minoranze, sulla natura e sul mondo animale. Qualcuno dirà che più che la parola l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana ha voluto promuovere un concetto: ma è lo stesso, perché la parola è il concetto e il concetto è la parola. «Nomina sunt consequentia rerum», fino a prova contraria.
Proprio nei giorni scorsi si è accesa sui social una discussione sul «rispetto dei ruoli» a scuola, dove qualche ragazzo reclama la possibilità «democratica» di dare del tu all’insegnante. C’è il rispetto dei ruoli, c’è il rispetto della forma, c’è il rispetto della norma, per non dire del rispetto degli altri, il rispetto dell’età, eccetera. Nel Grande Dizionario della Lingua Italiana, la voce «rispetto» occupa ben undici fittissime colonne con 29 diverse accezioni (che comprendono anche le numeroselocuzioni e le preposizioni), da sentimento di deferenza e stima all’ossequio (un rispetto più profondo per motivi di grande dignità) alla riverenza, che è una modulazione del rispetto fin troppo esibita. Certo, è vero che il rispetto non è necessariamente amore.
Leopardi annotò che il governo papalino, come ogni sovrano, privo com’è di gioventù, di bellezza e di affabilità, non poteva esigere amore ma «solo» rispetto. Tant’è. Oggi i «sovrani» tendono ad apparire affabili, ma non per questo sono degni di amore, e spesso neppure di rispetto. Carlo Emilio Gadda nel Pasticciaccio ci scherza sopra, inserendo il vocabolo in espressioni romanesche un po’ comiche, ma ne ha gran rispetto: «parlanno co rispetto», «pe rispetto umano», «con rispetto granne» eccetera.
Il valore della parola è anche nella sua etimologia, che prevede un’origine dalla voce dotta latina «respectus», derivata da «respìcere», ovvero guardare, guardare indietro, dunque valutare, considerare con attenzione. Proprio ciò che oggi viene spesso trascurato dalla fretta e dall’eccesso di comunicazione: quante volte abbiamo da rimproverare a qualcuno (magari un collega pari grado o superiore, fa lo stesso) la «mancanza di rispetto» per non aver risposto a una mail o a un messaggio… Sarebbe più pertinente dire maleducazione o scortesia? Certo. Tutto l’opposto del «rispetto», insomma. I cui contrari comprendono, non a caso, una gamma vastissima che si estende fino alla beffa, all’offesa e al disprezzo, alla cafoneria e, sia detto con rispetto, alla stronzaggine.