Il Medio Oriente attende una Dottrina Trump rivista e corretta. Il vicepresidente Vance mette il dito su una contraddizione: nel Mar Rosso sono a rischio interessi vitali europei, ma la capacità militare di difenderli ce l’hanno gli Stati Uniti
Il Medio Oriente attende unaDottrina Trump rivista e corretta. Per adesso ne conosciamo la versione bocciata, quella del vicepresidente. In una conversazione tra responsabili della politica estera e militare – tenuta per errore su una messaggeria aperta a un giornalista – JD Vance ha criticato l’intervento contro gli Houthi che sparano razzi alle navi mercantili nel Mar Rosso. Come ha ricordato Vance, lì transitano poche navi americane, mentre il 40% del traffico per l’Europa viaggia in quelle acque.
Mobilitare la U.S. Navy equivale a un «salvataggio» degli europei, contrario alla visione trumpiana degli interessi nazionali. L’isolazionismo di Vance per ora è sconfitto. La Casa Bianca manda in Medio Oriente una formazione navale di rinforzo guidata da una portaerei. La cattiva notizia è che Vance mette il dito su una contraddizione: nel Mar Rosso sono a rischio interessi vitali dell’Europa, la capacità militare di difenderli ce l’hanno gli Stati Uniti. Non è detto che l’isolazionismo resti minoritario: molti elettori di Trump la pensano come Vance.
Per adesso il 47esimo presidente degli Stati Uniti ha dato alcuni segnali chiari in Medio Oriente. Appoggia Netanyahu in modo incondizionato. Valorizza il ruolo dell’Arabia Saudita al punto da collocarvi i negoziati sull’Ucraina. Alza la voce con l’Iran e inasprisce le sanzioni, senza escludere una normalizzazione se Teheran rinuncia all’arma nucleare. Tuttavia l’arco dell’instabilità continua ad allargarsi in quella regione. Lo storico americano della realpolitik Walter Russell Mead fornisce una sintesi di quanto sta accadendo. In Turchia i mercati finanziari sono nel panico, le proteste di piazza rispondono all’arresto di un leader dell’opposizione. Eppure Erdogan continua ad allargare la sua influenza geopolitica, approfittando della ritirata russa. Nei focolai di tensione del Mediterraneo come Siria e Libia, l’erede dell’impero ottomano rischia di contare più di Francia e Italia messe assieme. Il fianco Sud della Nato è prima di tutto la Turchia.
Oltre alla Russia è in ritirata il cosiddetto Asse della Resistenza, espressione usata dagli ayatollah per designare l’Iran e i suoi alleati Hamas, Hezbollah, Houthi: pagano prezzi elevati per l’errore strategico che fu la strage del 7 ottobre 2023. Teheran ancora non ha deciso se scendere a patti con Trump o scegliere l’escalation nucleare.
Netanyahu dopo aver licenziato il capo dei servizi segreti sembra determinato a perseguire l’opzione militare a tutto campo: Gaza, Libano, Siria, forse perfino Cisgiordania (contando sull’America per tenere sotto controllo gli altri due fronti, Iran e Houthi). Ma la prospettiva di una guerra senza fine pesa sull’economia israeliana. E a Tel Aviv si risvegliano resistenze della società civile contro i progetti di riforma giudiziaria.
La popolazione palestinese è stritolata: fra le nuove offensive israeliane, e una leadership di Hamas che si è cacciata in un vicolo cieco, e continua l’uso crudele dei civili come «scudi umani». L’Autorità palestinese è priva di credibilità agli occhi di tutti: il proprio popolo, il mondo arabo, gli israeliani. La grottesca sortita di Trump su «Gaza-Resort» è stata dimenticata, salvo forse dagli stessi palestinesi: è un segnale in più del loro isolamento, spinge chi può verso l’esilio.
Da quando il primo Trump esordì in politica estera nel 2017 con un viaggio irrituale a Riad, poi sfociato negli Accordi di Abramo, la sua idea di stabilizzazione del Medio Oriente aveva una logica. L’architrave era un’alleanza fra Israele e i regimi moderati-conservatori del mondo islamico sunnita, cementata da due fattori: la cooperazione economica per allargare a tutto il Medio Oriente i progressi ben visibili a Tel Aviv, Dubai, Abu Dhabi, Doha, Riad; e il comune interesse a difendersi dalla minaccia iraniana. Quest’idea non è scomparsa nella mente di Trump, aiuta a capire anche le assurde sortite su Gaza rinata come Palm Beach.
Però alcuni elementi di quella visione traballano. Un soggetto-chiave nell’alleanza dei conservatori filoamericani e filoisraeliani in Medio Oriente, l’Egitto, sprofonda in una crisi economica che ne riduce l’influenza. Colui che dovrebbe essere il motore della stabilizzazione regionale, il principe saudita Mohammed bin Salman, in politica estera continua a deludere le attese. Sulla crisi di Gaza il suo ruolo è rimasto quello di un comprimario. Forse il principe è troppo impegnato in casa propria, a ridimensionare progetti avveniristici come la «città del futuro» a Neom, i cui costi in crescita costante diventano azzardati perfino per l’opulenta Arabia.
Di fronte a tante incognite, l’opzione Vance potrà riemergere. Se mancano le condizioni del Medio Oriente sognato da Trump, un disimpegno americano diventa seducente. Quel 40% di business europeo nel Mar Rosso protetto dalla U.S. Navy fa riflettere. Tanto più che la famosa «coalizione dei volonterosi» dibattuta fra Macron e Starmer per l’Ucraina già perde colpi. Se l’Europa non è pronta a riempire un vuoto americano a Kiev, lo sarebbe ancor meno in Medio Oriente.