L’attenzione verso il Giappone rappresenta una continuità bipartisan per una tendenza già annunciata dagli Stati uniti da Obama e Bush e confermata da Trump
L’America di Donald Trump ha figli e figliastri: è l’impressione che si ricava osservandola da qui. Il Giappone, almeno per ora, si sente dalla parte giusta, è rassicurato per i riguardi di cui viene fatto oggetto. Un altro mondo, un altro approccio, rispetto al trattamento riservato agli europei.
Riassumendo: gli sgarbi inflitti dall’Amministrazione Trump agli alleati europei della Nato, sulla partita strategica dell’Ucraina, avevano fatto temere ai giapponesi che anche per loro l’ombrello protettivo degli Stati Uniti (in questo caso contro la Cina) sarebbe diventato incerto. Si aggiunge la partita dei dazi, dove pure l’industria nipponica ha da temere.
In questa incertezza si è infilata la diplomazia di Xi Jinping. In due vertici ravvicinati e recenti, tutti e due a Tokyo, i ministri degli Esteri e dell’Economia di Giappone e Corea del Sud sono stati l’oggetto di un’offensiva della seduzione da parte dei loro omologhi venuti da Pechino. Il ministro cinese degli Esteri, Wang Yi, al vertice di Tokyo con i suoi due colleghi ha citato un antico proverbio orientale: «È più utile il vicino di casa, rispetto a un parente che vive molto distante». La Cina persegue da tempo l’obiettivo strategico di espellere gli Stati Uniti dalla sua sfera d’influenza.
In questo caso però a Washington è suonato un allarme, e la risposta è stata positiva. Domenica scorsa è giunto a Tokyo il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, per un incontro con il suo collega nipponico Gen Nakatani. L’emissario di Trump ha voluto garantire che l’alleanza Usa-Giappone «è la pietra angolare per la pace e la sicurezza nell’Indo-Pacifico». Al di là della retorica, l’incontro ha segnalato progressi verso la costruzione di un comando militare integrato nippo-americano, per coordinare le forze armate delle due nazioni nell’arcipelago.
I due ministri della Difesa hanno confermato la volontà di contrastare «ogni tentativo unilaterale di Pechino di cambiare con la forza lo status quo nei Mari della Cina orientale e meridionale». L’allusione era diretta alle costanti incursioni della marina militare cinese in zone contese coi paesi vicini – lo stesso Giappone, le Filippine, il Vietnam – e soprattutto allo scenario di un’invasione di Taiwan. Quest’ultimo è tornato attuale per le minacciose esercitazioni militari cinesi che accerchiano l’isola.
Con un tempismo perfetto c’è stato uno scoop del Washington Post, che ha pubblicato estratti di un documento riservato del Pentagono sulla Cina, proprio mentre il ministro della Difesa Hegseth arrivava a Tokyo. Secondo il quotidiano della capitale Usa, quel documento ricalca testualmente uno studio del think tank conservatore Heritage Foundation. Intitolato «Interim National Defense Strategic Guidance», il rapporto contiene le nuove direttive per il Pentagono. La priorità: sbarrare la strada alla Cina qualora tenti l’annessione di Taiwan.
Per averne i mezzi la Difesa Usa dev’essere disposta a «prendersi dei rischi in Europa» (leggi: ridurre le forze dispiegate nelle basi Nato e le risorse dedicate alla protezione del Vecchio Continente). Nelle nuove priorità strategiche che la Casa Bianca assegna alle proprie forze armate vengono al primo posto la difesa del territorio nazionale dall’immigrazione illegale; l’interdizione dell’emisfero occidentale e degli spazi limitrofi a potenze nemiche (vedi i dossier Panama-Cina, Groenlandia-Russia), e la protezione di Taiwan dall’invasione cinese.
Con Trump è rischioso azzardare l’esistenza di una qualsiasi Dottrina stabile e affidabile. Ma la «rotazione (pivot) verso l’Asia» era una tendenza enunciata già ai tempi di Barack Obama. Oggi sembra confermata. È un caso, meno raro di quanto si creda, di continuità bipartisan. Ancora prima, già ai tempi di George W. Bush esperti democratici e repubblicani convergevano sulla necessità di riorientare l’attenzione strategica degli Stati Uniti verso l’Indo-Pacifico. La novità è lenta a maturare ma è sostanziale, forse inevitabile e ormai inarrestabile.
La fuga di notizie del Washington Post sul documento strategico del Pentagono ha avuto una forte risonanza qui in Giappone, com’era prevedibile. Per Tokyo questa è la conferma che i «falchi» anti-cinesi avrebbero al momento la meglio alla Casa Bianca: al punto da teorizzare apertamente che un disimpegno dall’Europa è il prezzo da pagare per fermare con ogni mezzo l’espansionismo di Pechino in Asia.
Il documento formalizza la missione del Pentagono di combattere e respingere un’invasione cinese di Taiwan. In tempi recenti gli stessi vertici militari Usa avevano espresso dubbi sulla propria capacità di sconfiggere l’Esercito Popolare di Liberazione (il nome delle forze armate agli ordini di Xi Jinping) in un teatro bellico così vicino alle coste cinesi. In una celebre deposizione al Congresso durante l’Amministrazione Biden, l’allora capo di stato maggiore aveva indicato nel 2027 l’anno fatidico in cui i rapporti di forze saranno mutati in modo così favorevole alla Cina, da garantire una sconfitta per gli americani. Ora l’ultimo documento ispirato dalla Heritage Foundation e fatto proprio da Trump, sembra trarne le conseguenze: meglio sguarnire l’Europa, che rischiare di perdere Taiwan. Anche questo è un passaggio storico, un cambio di prospettive radicale dai tempi di Harry Truman: quel presidente nel 1947 volle il Piano Marshall per ricostruire l’Europa, vincendo enormi resistenze interne, mentre ebbe esitazioni e dubbi enormi prima di mandare i suoi soldati a morire per difendere la Corea del Sud dall’invasione del Nord comunista, appoggiato dalla Cina.