Se Giorgia Meloni chiedesse al parlamento una scelta chiara su difesa e Ucraina evidenzierebbe le ambiguità del Pd, ma anche quelle interne alla maggioranza, obbligando i parlamentari ad una scelta di campo: a favore o contro i principi fondanti dell’Ue

Martedì e mercoledì la presidente del Consiglio illustra al parlamento la posizione che terrà nel Consiglio europeo di giovedì prossimo. I due temi centrali della riunione saranno la guerra in Ucraina e il progetto di una nuova difesa europea illustrato due settimane fa da Ursula von der Leyen.
Che su entrambi i temi maggioranza e opposizione abbiano visioni diverse è normale. Ma questa settimana il parlamento potrebbe essere chiamato a votare non due, ma quattro risoluzioni. Due, diverse l’una dall’altra, proposte dalla maggioranza e due, anch’esse diverse l’una dall’altra, proposte dall’opposizione. È già accaduto dieci giorni fa nel parlamento europeo quando Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, da un lato, e Pd, M5S e Avs dall’altro votarono in modo diverso sulla proposta di Ursula von der Leyen. Ripetere nel nostro parlamento quelle divisioni dimostrerebbe, qualunque sia la posizione che Giorgia Meloni deciderà di assumere, che nella politica italiana c’è grande confusione e avrebbe il risultato di indebolirci.
I tratti distintivi dell’Unione europea, ciò che ci distingue da Russia e Cina ma anche dagli Stati Uniti di Donald Trump, sono alcuni principi non negoziabili. Punti fissi che dovrebbero travalicare le diversità fra i partiti e sui quali non solo le varie anime della maggioranza e dell’opposizione, ma entrambi i gruppi, quelli che sono maggioranza e quelli che sono opposizione, dovrebbero concordare.
Innanzitutto il principio che i Paesi non si invadono e gli aggressori non pensino di farla franca. Il 24 febbraio 2022 l’Ucraina era uno stato indipendente che la Russia invase illudendosi di conquistare Kiev in pochi giorni. Sono passati più di tre anni e gli ucraini continuano con grande coraggio a combattere per la loro indipendenza. Non essere dalla loro parte significa non condividere un principio fondante dell’Ue.
Quando, un mese fa nell’assemblea dell’Onu, gli Stati Uniti hanno votato assieme a Russia, Corea del Nord, Bielorussia e altri quattordici Paesi amici di Mosca, contro una risoluzione che condannava l’aggressione russa dell’Ucraina e chiedeva la restituzione a Kiev dei territori occupati, Trump ha portato gli Usa fuori dall’Alleanza atlantica. Formalmente non è ancora accaduto, ma non siamo lontani dal passo formale.
Senza gli Stati Uniti oggi la Nato non è in grado di difendere l’Europa. Occorre dotarci di una nostra difesa indipendente, altrimenti potremmo presto diventare una specie di Bielorussia del Mediterraneo, come l’ha efficacemente definita il politologo Francesco Sisci sul sito dell’Appia Institute. Come la scelta di stare dalla parte dell’Ucraina, così anche la scelta di dotarci delle armi necessarie per difenderci non può essere messa in discussione, a meno di scegliere l’opzione bielorussa.
L’ostacolo a dotarci di una difesa comune non è quanto costa: l’Ue ogni anno investe fuori dall’area, in India o in Brasile, ad esempio, una quantità di risparmio prodotto dalle famiglie europee pari al 3-4 per cento del reddito dell’Unione. Per investire nella difesa non è necessario indebitarsi, basterebbe dirottare quell’eccesso di risparmio verso investimenti nella nostra difesa. Tenendo conto che già ora la somma delle spese europee per la difesa supera la spesa della Russia. Il vero ostacolo quindi non sono le risorse, bensì la difficoltà di integrare 27 sistemi di difesa nazionali che non si parlano e difficilmente collaborano.
Fortunatamente c’è un precedente che tutti considerano un successo. Durante l’epidemia del covid l’Ue emise titoli di debito comune — cioè titoli il cui capitale è garantito congiuntamente da tutti i Paesi dell’Unione — per finanziare Sure, il fondo che ha pagato i sussidi di disoccupazione a chi ha perso il lavoro a causa della pandemia. Proprio perché protetti da una garanzia congiunta, i titoli emessi per Sure hanno rendimenti inferiori ai Bund tedeschi. Finanziare investimenti alla difesa emettendo titoli europei simili a quelli emessi per Sure costerebbe relativamente poco, certamente meno rispetto a progetti di difesa nazionali, ciascuno finanziato Paese per Paese.
Nel suo discorso al parlamento europeo Ursula von der Leyen ha detto che «il Consiglio europeo ha già approvato la nostra proposta di un nuovo strumento finanziario. Lo abbiamo chiamato Safe, Security action for Europe. Offriamo agli Stati membri fino a 150 miliardi di euro in prestiti, da investire per la difesa (…) . Potrebbero essere droni, o strumenti per la cyber-sicurezza, per citarne alcuni. Questi prestiti dovrebbero finanziare acquisti da produttori europei, per contribuire a stimolare la nostra industria della difesa. I contratti dovrebbero essere pluriennali, per dare all’industria la prevedibilità di cui ha bisogno. Infine, occorre concentrarsi sugli acquisti congiunti: abbiamo visto quanto possa essere efficace. Pensiamo alle iniziative guidate da cechi e danesi per fornire armi e munizioni all’Ucraina. Una nazione ha preso l’iniziativa. Altre si sono unite per effettuare ordini più consistenti».
Ma perché limitarsi a 150 miliardi se la Commissione stima che la cifra necessaria per allestire una difesa comune sia cinque volte maggiore? Come ho ricordato sopra, queste risorse in Europa esistono, basta non investirle altrove. E non c’è bisogno di dirottare i Fondi di coesione che le regioni europee oggi usano per altri progetti importanti, in primis per la sanità.
Se Giorgia Meloni chiedesse al parlamento una scelta chiara su difesa e Ucraina evidenzierebbe le ambiguità del Pd, ma anche quelle interne alla maggioranza, obbligando i parlamentari ad una scelta di campo: a favore o contro i principi fondanti dell’Ue.

A.N.D.E.
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