È comprensibile l’obiezione secondo cui Ursula von der Leyen avrebbe dovuto scegliere una parola meno ansiogena di «riarmo» ma è anche vero che ci sono momenti in cui persino l’elettroshock può risultare utile

In nome dell’Europa contro l’Europa. E se l’Italia, uno dei Paesi fondatori dell’Unione, fosse pronta a sfilarsi, a dire «non ci sto», di fronte al tentativo in atto di creare un sistema di deterrenza europea? I risultati del sondaggio che Nando Pagnoncelli ha pubblicato sul Corriere (15 marzo) sono eloquenti. Solo il 32 per cento degli italiani appoggia Kiev.
La maggioranza ha scelto l’equidistanza fra l’aggredito e l’aggressore. Inoltre, pur in presenza di un’ampia quota di indecisi, i contrari al piano di riarmo europeo sono oggi in numero maggiore dei favorevoli. Con questi chiari di luna si capisce perché ci siano forze di governo (Lega) e di opposizione (5 Stelle e una grossa fetta del Partito democratico) che cavalcano la protesta pacifista. E si capisce perché il governo cammini sulle uova, in punta di piedi. In Ucraina, eventualmente sì, ma non come europei impegnati a garantire la sicurezza di Kiev, e quindi dell’Europa, bensì sotto le bandiere dell’Onu. L’Onu è infatti, per tanti italiani, il ricettacolo di ogni virtù, campione e simbolo di un cosmopolitismo che dovrebbe trascendere (una pia illusione, ovviamente) la dura realtà dei rapporti di forza e delle lotte per la potenza.
Le insegne Onu (altro che Europa) sono l’unica garanzia che l’eventuale presenza di nostri militari in Ucraina non scateni la protesta di piazza. È comprensibile l’obiezione secondo cui Ursula von der Leyen avrebbe dovuto scegliere una parola meno ansiogena di «riarmo» ma è anche vero che ci sono momenti in cui persino l’elettroshock può risultare utile: si trattava e si tratta di dare la sveglia agli europei (italiani e tedeschi in testa), di spiegare loro che essi non abitano più nel paese dei balocchi, che il mondo è radicalmente cambiato.
Poiché viviamo in democrazia, la battaglia delle idee, la battaglia per spingere da una parte o dall’altra l’opinione pubblica, acquista un valore decisivo.
Ci sono due argomenti, totalmente infondati, che circolano oggi nel Paese e di cui è necessario mostrare l’inconsistenza. Il primo è quello secondo cui la deterrenza militare non serve per fermare le guerre. Abbiamo letto dotte dissertazioni contro il principio del si vis pacem para bellum, a sostegno dell’idea che armarsi per difendersi sia causa delle guerre e non un modo per tentare di impedirle. Con l’inevitabile corollario secondo cui chi la pensa diversamente sia un guerrafondaio. Che l’argomento sia inconsistente è dimostrato dagli ottant’anni di pace di cui ha goduto l’Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi. Quella lunga pace non è dipesa dal fatto che gli europei si erano convertiti al pacifismo, ispirati da chissà quali alti valori. No, è dipesa dal fatto che l’Europa era protetta dal sistema di deterrenza americano. È proprio perché quella protezione sta venendo meno che dobbiamo, per quel che è possibile, tentare di sostituirla. Almeno in parte.
Il secondo argomento inconsistente è di coloro per i quali non ci si può accontentare di mezze misure. Secondo loro serve «ben altro»: bisogna costruire immediatamente un «esercito europeo». Nonché dare vita, subito, alla unione politica dell’Europa. «Tutto o niente» insomma. Se non che, chi dice di volere tutto e subito sta lavorando, lo sappia o no, perché alla fine non si ottenga niente. La storia non fa salti. Quello intrapreso sotto lo stimolo della Commissione europea è solo un primo passo, l’unico che si possa realisticamente fare nelle condizioni di oggi.
Serve, in primo luogo, come ha osservato Sarcina (Corriere del 16 marzo) per garantire all’Europa una posizione di forza nella Nato. E se anche è giusto chiedere, al di là dell’indispensabile rafforzamento degli eserciti europei, che una parte dei fondi che verranno stanziati serva per rafforzare le sinergie fra quegli stessi eserciti, resta che siamo solo all’inizio di un processo teso a garantire la sicurezza dell’Europa. Forse un giorno da tutto questo, al termine di un cammino comunque lungo e accidentato, nascerà un esercito europeo. Ma nel frattempo bisogna procedere un passo alla volta, con pragmatismo. Tentando di rimuovere, giorno dopo giorno, gli ostacoli che si presentano.
Però, poiché nulla si fa in democrazia senza il consenso dell’opinione pubblica, se le tendenze oggi registrate in Italia dovessero consolidarsi, se gli umori popolari dovessero stabilmente propendere per il «no» a una politica europea della sicurezza, allora il nostro Paese potrebbe trovarsi ad abbandonare il carro europeo, rifiutarsi di partecipare agli sforzi per tentare di assicurare la difesa dell’Europa. Ciò che potremmo chiamare Italexit. Sicuramente, in tal caso non mancherebbero gli spericolati pronti a definire ciò come una prova del nostro «europeismo».
Poiché è così importante l’orientamento dell’opinione pubblica è auspicabile che chi dispone di autorevolezza, chi gode di maggiore ascolto, remi nella direzione giusta. Nei momenti bui, si dice (ed è vero), servono statisti all’altezza delle sfide. Non è detto che accada ma talvolta, in quei momenti, statisti così saltano fuori. Ma anche se questi statisti ci fossero, nulla potrebbero senza il concorso e il sostegno di tutti quelli che possiedono gli strumenti per orientare l’opinione pubblica.

A.N.D.E.
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