Il ponte sullo Stretto dovrà attendere, priorità al cuneo

La risata con cui Giorgia Meloni ha chiuso la frase ha addolcito solo un poco la sferzata ai ministri: «Ma vi rendete conto che le vostre richieste per questa legge di Bilancio valgono qualcosa come 80 miliardi?». A Palazzo Chigi è calato da poco il buio quando la premier ringrazia Giorgetti per aver illustrato il «quadro difficile» dei conti, ferma l’assalto dei partiti alla diligenza e gela le aspettative di Matteo Salvini, che voleva nella legge finanziaria i soldi per il «suo» Ponte.
Per la leader di Fratelli d’Italia questa seconda manovra è una sorta di prova del fuoco. Vuole «scrivere >una legge di bilancio credibile, anche agli occhi degli investitori» e poiché da giorni cercava il momento giusto per stoppare i continui strappi e rilanci della Lega, invita i leader e i ministri ad abbassare le pretese: «Governare vuol dire fare delle scelte e darsi priorità. Il nostro scopo non deve essere quello di inseguire il consenso, ma di raggiungere risultati concreti, facendo ciò che è utile e giusto e cadenzando i provvedimenti nell’arco della legislatura». Il tono è perentorio. Le promesse che le forze di maggioranza hanno scandito per racimolare voti saranno realizzate, ma da qui a 5 anni.
Per «smentire ancora una volta i pronostici» la premier si è messa in testa di «fare qualcosa in più» rispetto al 2022 e ha fretta di dimostrare che, nonostante i pochi soldi in cassa, la sua seconda legge di Bilancio «non sarà lacrime e sangue» come gli avversari politici «hanno provato a raccontare». Però il quadro programmatico della Nadef non è certo quello che Giorgia Meloni si augurava, la crescita economica è minore del previsto e il rapporto tra deficit e Pil sale. Una parte delle difficoltà la premier può spiegarle con la «complessa congiuntura economica», con la guerra in Ucraina e con la Bce che ha alzato i tassi di interesse. Un’altra parte tenta di scaricarla «sulla gestione allegra delle risorse pubbliche che abbiamo ereditato, in particolare dall’ultimo governo Conte». Ma Meloni sa che non basta e che, visti i «margini ristretti», per realizzare una manovra degna di una «Nazione credibile e solida» deve prima di tutto ricondurre all’ordine gli alleati.
Le cifre hanno ballato per tutta la giornata e sulle chat di maggioranza la previsione più rosea era «il Cdm sarà una battaglia». Soldi pochi, tensioni politiche tante. «Io capisco tutto, alle Europee si vota con il proporzionale e ogni partito fa la sua corsa – rimuginava da giorni la premier, preoccupata per le tante uscite provocatorie dei leghisti —. Ma la campagna elettorale è iniziata troppo presto e non si può stare così dentro una maggioranza». È sulla base di questi ragionamenti che si è svolta la riunione a Palazzo Chigi dopo che a più riprese, durante la giornata, erano trapelati gli echi dello scontro sui conti. Il simbolo della «battaglia» è il Ponte di Messina, al quale il ministro dei Trasporti ha appeso molte delle sue speranze di successo alle Europee.
Erano giorni che Salvini batteva i pugni per ottenere una quota sostanziosa di finanziamenti già nella legge di Bilancio, ma Meloni gli ha fatto dire dal capogruppo di Fratelli d’Italia che nella finanziaria «seria e di buon senso» concertata con Giorgetti i soldi per il ponte non ci sono. Al segretario leghista, in pressing per aprire i cantieri la prossima estate, Tommaso Foti ha risposto che non c’è ancora un progetto esecutivo, che difficilmente nel 2024 «saremo già agli appalti» e che l’opera sarà realizzata con un programma di spesa «pluriennale». Insomma, i meloniani non vedono l’urgenza di stanziare fondi per porre la prima pietra e anche Antonio Tajani ha dato un colpo di freno. Silvio Berlusconi ci teneva molto, è vero. L’opera «si deve fare e si farà» anche per il leader di Forza Italia. Però con calma, perché adesso i soldi servono «per ridurre il cuneo fiscale, detassare le tredicesime, aumentare le pensioni e ridurre le liste d’attesa».
Quali siano le priorità lo ha spiegato Meloni spronando il governo a «concentrare le risorse sulle misure che garantiscono un moltiplicatore maggiore di crescita e che incarnano di più la nostra visione del mondo». Infrastrutture e investimenti «anche attraverso la leva del Pnrr» e poi il cuneo fiscale. Circa 10 dei 30 miliardi della manovra serviranno a confermare il taglio per un anno, il resto sarà usato per «aumentare i redditi e le pensioni più basse, sostenere natalità e famiglia, rafforzare la sanità e rinnovare i contratti del pubblico impiego». Il Ponte può attendere.

A.N.D.E.
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