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Cluster Alisei: è in preparazione un documento con proposte operative per evitare la dispersione degli investimenti

Il Recovery Fund e il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sono nati per concentrare le risorse sulle eccellenze italiane, rendendole competitive a livello globale. Un’opportunità irripetibile per l’Italia, specialmente nel settore delle scienze della vita. In particolare, i 194,4 miliardi di euro assegnati sono stati suddivisi in sette missioni, di cui due sono quelle che toccano il settore delle life science: la Missione 6, dedicata alla salute, con 15 miliardi di euro, e la componente 2 della Missione 4, “Dalla ricerca all’impresa”: 9 miliardi di euro per sostenere gli investimenti in ricerca e sviluppo e rafforzare le competenze.

Le criticità
Tuttavia, secondo Massimiliano Boggetti, presidente del cluster Alisei, il sistema deve affrontare criticità strutturali per trasformare i fondi in investimenti concreti e duraturi. «Abbiamo risorse importanti, ma servono scelte strategiche e un cambio di mentalità per ottenere risultati tangibili», sottolinea.
Temi che sono stati al centro della X edizione del Meet in Italy, promosso da Alisei, in cui ci si è focalizzati sia sul futuro dei centri di ricerca nazionali che sono stati finanziati – ma che tra un anno e mezzo devono sostenere alti costi per proseguire i lavori – sia sull’importanza di partnership pubblico/privata. Da questo dibattito, tra esponenti della ricerca e dell’industria, sono state raccolte proposte operative che verrano riassunte in un documento finale, in preparazione, da presentare a breve al governo.
Entrando nel merito delle criticità, «i progetti del Pnrr richiedono tempo perchè la ricerca di base si trasformi in una ricerca translazionale al fine di poter essere appetibile per le imprese ed essere trasformata in prodotti» sottolinea Boggetti. Inoltre, la durata limitata dei progetti e l’incertezza sui finanziamenti futuri rischiano di disperdere competenze e investimenti. «Il ciclo dell’innovazione è molto lungo, prevede studi clinici e una parte regolatoria di messa sul mercato, quindi non è pensabile che in 3-4 anni un progetto possa diventare una tecnologia industrializzabile».
Altro nodo cruciale è la proprietà intellettuale: «L’assenza di regole chiare disincentiva l’industria – continua Boggetti – Se non sai chi avrà la proprietà intellettuale di quello che verrà inventato, ciò diventa un deterrente importante». Altri temi emersi includono la precarietà dei ricercatori e la necessità di una strategia a lungo termine.
«Tra gli obiettivi del recovery fund c’era quello di creare competenze e know how in settori strategici, tra cui quello delle scienze a vita. Ma molti dei responsabili di questi progetti temono che chi si è formato non abbia sbocchi in Italia e sia costretto ad andare all’estero alla fine dei finanziamenti e dei progetti». L’evento di Milano ha insomma evidenziato come il Pnrr, pur essendo un grande investimento, necessiti di correzioni. «La fretta nell’investimento e i cambiamenti globali a cui stiamo assistendo hanno creato progetti a metà – riprende Boggetti – L’industria è coinvolta, ma serve un rapporto pubblico-privato più stretto per trasformare la ricerca in prodotti».
Ma anche la promozione dei progetti e la collaborazione internazionale sono essenziali. «Occorre dare visibilità a questi progetti, non solo a livello nazionale ma anche internazionale, in modo da trovare partner che abbiano voglia di raccogliere queste idee e di portarle avanti in partnership pubblico-privato». Insomma, la ricerca di base è fondamentale, ma c’è il rischio di disperdere competenze preziose. E i fondi del Pnrr, destinati alla ricerca applicata, richiedono un forte coinvolgimento industriale, non sempre facile da ottenere in Italia.

L’indipendenza
Di fronte a un mondo in rapissima trasformazione, l’Europa ricerca un’indipendenza addirittura militare, ma nelle aree strategiche come quella della salute è ancora fortemente dipendente da fornitori esteri. Eppure la necessità di rafforzare la produzione nazionale era già emersa durante la pandemia. «Ma sono le barriere regolatorie, più dei dazi, a ostacolare l’accesso al mercato globale – precisa Boggetti – I paesi si stanno chiudendo creando costi molto forti per chi non produce localmente negli Stati Uniti o in Cina e corsie preferenziali per chi produce in loco. Chiudersi non è una soluzione, ma serve un procurement che valorizzi il “made in Italy” e il “made in Europe”». Infine, l’Italia sta anche disinvestendo sul servizio sanitario, il punto di approdo dell’innovazione. «Quindi, il nostro Paese, da una parte si indebita per fare ricerca e sviluppare innovazioni che abbiano una ricaduta sulla salute, sulla capacità occupazionale e sull’indotto che questo genera, dall’altra però non si può permettere questa innovazione perché deve risparmiare sulla sanità» conclude il presidente di Alisei. Tutto questo in un contesto che vede crescere una popolazione che invecchia e a cui deve garantire l’accesso all’innovazione.
L’obiettivo quindi è evitare la dispersione degli investimenti e favorire lo sviluppo di un settore strategico per l’Italia.

A.N.D.E.
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