Anche nel mondo del lavoro e della formazione è saltato il valore dell’esempio intergenerazionale. Ovvio che si crei sfiducia, sradicamento, disaffezione

«Bisogna cambiare la mentalità», «serve una rivoluzione culturale». Alle porte del nuovo secolo le frasi le chiudevamo così. I processi sociali sembravano lunghi, lenti e lontani. Adesso come appaiono le cose ai giovani d’oggi, nativi sostenibili? «Chi vogliamo essere?», si chiede Elia, studente della Statale di Milano, durante l’inaugurazione dell’Anno accademico (per i cento anni dell’università che ha visto scorrere fiumi di idee e lotte studentesche). Della sua, della nostra epoca parla come quella in cui «serve ricostruire gli argini» «entro i quali immaginare il futuro». Abbiamo avuto modo di accorgerci di cosa significhi nella nostra vita di tutti i giorni subirne continuamente, freneticamente, la scomparsa: persino la creatività avrebbe bisogno di scontrarcisi per liberarsi meglio.
Invece siamo abituati a regole del gioco che cambiano poco prima del fischio d’inizio: dall’esame di Stato, al sistema elettorale: i candidati scoprono a pochi mesi come funziona, come se nel caso dell’eletto un territorio o un altro non cambiasse assolutamente nulla (alla faccia della rappresentanza). Ovvio che si crei sfiducia, sradicamento, disaffezione. Anche nel mondo del lavoro e della formazione è saltato il valore dell’esempio intergenerazionale. «Ciò che funzionava ieri non funziona più oggi — dice ancora Elia — si scivola in un presente dall’orizzonte sempre più ristretto». Per allargarlo abbiamo bisogno di quei legami deboli (il nome è fuorviante) che apparentemente incidono meno della cerchia familiare ma contribuiscono invece in modo significativo. Ne ha parlato Carlo Ratti, direttore del Mit Senseable City Lab — e autore della visione architettonica del Campus Mind — presentando uno studio sulla vita negli spazi in comune all’Institute of Technology di Boston. Tutto gira intorno, secondo il rettore Franzini, al «bisogno di convivenza umana e di spazio sociale» che, a sua volta, necessitano di edifici da «abitare».

A.N.D.E.
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