La debolezza dell’Unione europea è soprattutto la mancanza di un’idea su cosa fare

«L’era del procrastinare, delle mezze misure, degli espedienti rassicuranti e incomprensibili, dei rinvii sta arrivando alla fine. Al suo posto, stiamo entrando in un periodo di conseguenze». Era il 12 novembre 1936, a parlare era Winston Churchill davanti al Parlamento britannico: tre anni e mezzo prima di diventare il primo ministro che impedirà a Hitler la conquista dell’Europa. Un leader. Anche oggi siamo entrati in un «periodo di conseguenze», in una fase di sconvolgimenti di grande rilievo. Siamo ancora al 1936. In una situazione del mondo forse più complicata da decifrare di quella di allora. Tutto, sul pianeta, è in movimento, senza più una forza ordinatrice. Gli autocrati si sentono liberi di osare, i governi e le opinioni pubbliche delle democrazie sono confusi.
Fino a ieri, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan poteva essere definito un autoritario ma non un dittatore, tanto che la «coalizione dei volonterosi» europei lo vuole coinvolgere nella mobilitazione, anche militare, a sostegno dell’Ucraina una volta arrivati a una tregua. All’improvviso, però, la polizia turca ha fermato il maggiore oppositore di Erdogan, il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, sospettato di corruzione e di rapporti con i terroristi: un tentativo di colpo di Stato, ha accusato l’opposizione; certamente un colpo alla democrazia.
Fare affari diplomatici con Erdogan non è mai stato facile, ora sarà ancora più complicato. D’altra parte, la Turchia non è un caso unico: da qualsiasi lato volgano lo sguardo, le diplomazie non possono che essere disorientate. Le lenti dei decenni scorsi non sono più utili a leggere la realtà, l’instabilità.
Dal Sud Africa all’India, dal Medio Oriente alla Cina e Taiwan, dall’Ucraina all’Unione europea e soprattutto agli Stati Uniti, un sommovimento globale ha fatto saltare le certezze passate e i punti di riferimento su cui si fondava l’ordine del mondo. In particolare, il diritto internazionale, che ha subito un durissimo colpo con l’invasione russa dell’Ucraina, a maggior ragione se ciò porterà vantaggi a Mosca; e la trasformazione degli Stati Uniti da potenza che garantiva l’ordine internazionale in potenza revisionista dello stesso suo ordine, al pari della Russia e della Cina. L’Europa sta reagendo al crollo del sistema che le ha garantito ottant’anni di democrazia e di crescita economica. È però presto per dire trionfalmente che si è svegliata e sa realisticamente cosa fare: ha forse realizzato che le «mezze misure» (come diceva Churchill) non sono praticabili ma è ancora indeterminata, oltre che non unita, su come procedere.Vaga.
Lo sviluppo più positivo è il tentativo della Germania di assumere nella Ue una leadership non più riluttante ma esplicita, sotto la guida del cancelliere in pectore Friedrich Merz. Anch’egli, però, è poco chiaro quando afferma la necessità per l’Europa di fare da sola, come se potesse agire senza la Nato e l’appoggio degli Stati Uniti. L’altra novità è il ruolo assunto da Londra — voluto dal primo ministro Keir Starmer e condiviso dall’opposizione — nella formazione della coalizione dei volonterosi. Ma è difficile capire quali saranno questi Paesi intenzionati a mandare i propri soldati per garantire l’Ucraina da nuovi attacchi russi: per ora, Francia e Regno Unito. Francia che però non vuole che, con il suo fondo da 150 miliardi dedicato agli acquisti di armamenti, la Ue compri da imprese britanniche: alleati ma non troppo. Inoltre, i dubbi di più di un governo europeo sul progetto Rearm Europe di Ursula von der Leyen sono noti. E anche le intenzioni di alcuni Paesi di non spostare risorse a favore della Difesa, Spagna in testa, sono esplicite. Nemmeno cosa farà l’Italia è chiaro. L’Est e il Nord della Ue sentono il fiato della Russia; Germania e Francia, ognuna a suo modo, cercano di mostrare coraggio; altri si tengono le mani libere.
Non si tratta delle solite divisioni della Ue, conosciute da anni. Alla base della debolezza della posizione europea, oggi ci sono ragioni storiche e soprattutto la mancanza di un’idea su cosa fare. Cosa fare con i miliardi che saranno mobilitati per la Difesa. Cosa fare se ci sarà una tregua in Ucraina, come sostenerla, ammesso che Putin accetti un intervento europeo. Come muoversi con Erdogan. Quali iniziative politico-diplomatiche prendere in questa fase di caos. Nessuno sa dire quale sarà il ruolo dell’Europa in un mondo dominato dai revisionismi di Mosca, Pechino e Washington. Vista la rapidità con cui avanza la distruzione della vecchia normalità, non è strano che iniziative politico-diplomatiche siano assenti. Ciò non significa che non siano urgenti.
Il problema dei problemi, forse, è l’incapacità dei governi di parlare alle rispettive opinioni pubbliche. I sondaggi dicono che un numero crescente di elettori non vede come è improvvisamente cambiato il mondo, quali sono i rischi per la democrazia, come può peggiorare la qualità della vita. Comprensibilmente, non amano le armi, non vorrebbero soldati in guerra e nemmeno vedere ridotto il Welfare State. Una leadership, se ci sarà, dovrà chiarire alle opinioni pubbliche cosa sta succedendo ma anche dare prospettive non solo militari: al fianco di una strategia per la Sicurezza, servirà quel rilancio dell’economia europea attraverso le riforme di cui ha parlato, ancora martedì scorso, Mario Draghi. Due percorsi paralleli: prepararsi al peggio ma anche progettare il meglio, un’Europa aperta e dinamica. «Non possiamo sfuggire a questo periodo, ci siamo dentro adesso», aveva detto Churchill già nel 1936.

A.N.D.E.
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