Fonte: Corriere della Sera

economia

di Daniele Manca

Gli effetti mai terminati della crisi del 2008 e le scelte del presidente della Bce

Facciamo fatica a dircelo, ma stentiamo a scrollarci di dosso la lugubre sensazione di aver tutt’altro che superato la crisi del 2008. Non si tratta soltanto di numeri, o di Prodotto interno lordo che è ben lontano dall’aver recuperato le perdite degli scorsi anni, o di occupazione che a malapena dà segni di risveglio. E non è questione solo italiana. Se non ci fosse stata la Gran Bretagna a imporre, nel bene e nel male, un dibattito sul funzionamento della Ue, saremmo ancora nel pieno di sterili polemiche su migranti e flessibilità di bilancio. E magari a chiederci ancora se le scelte di Mario Draghi siano o meno all’altezza della situazione. Come se fosse un problema di banchieri centrali. Qui e là sono serpeggiati nei commenti dei vari osservatori rilievi sul fatto che gli stimoli all’economia della Bce non siano riusciti a spingere l’inflazione verso quell’obiettivo del 2% considerato come ottimale. Si infittiscono le domande sulle mosse della Federal Reserve e ci si interroga se la Banca centrale giapponese abbia fatto bene o meno bene ad adottare tassi negativi. In una sorta di rimozione collettiva, si dimentica spesso di fare la controprova. E cioè, cosa sarebbe accaduto se le banche centrali non si fossero mosse? E anzi, gli ostacoli posti all’azione di Draghi, nel caso specifico, quanto hanno ritardato il riavvio di un’economia che si era bloccata? Più o meno coscientemente si è rimosso il fatto che a influire sula crescita e la ripresa dei Paesi sono le scelte di politica economica. Segnatamente quelle riforme, quelle misure utili a rendere imprese e comunità più competitive. Riforme che passano per l’aumento della produttività, la riduzione delle tasse, della burocrazia, dei vincoli alle aziende. La porta alla quale bussare non è certo quella dei banchieri centrali, ma quella molto più a portata di mano della politica.

A.N.D.E.
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