Intelligenza artificiale: con i nuovi strumenti cognitivi, innescati alle «vecchie» procedure del contraddittorio il Parlamento può diventare veramente centrale
Si comincia a capire che l’assalto a Capitol Hill, quattro anni fa, non fu una sgangherata ribellione ma l’inizio di una rivoluzione contro l’idea stessa di Parlamento. La campana non suonava solo per il Congresso Usa ma per ogni Parlamento: e per tutto quello che vi era connesso nella storia dell’Occidente.
Ora tuttavia la vita dei Parlamenti — con la loro naturale forza oppositoria — sembra poter avere un soprassalto: proprio utilizzando la stessa tecnologia che sorregge la rivoluzione del «popolo degli oligarchi». Mentre infatti molti, poco tempo fa, coltivavano la «pensata» di rimpiazzare i Parlamenti con strumenti digitali, ora è arrivata l’intelligenza artificiale. E le cose sono cambiate.
Si è compreso che la tecnologia algoritmica può dare alle funzioni parlamentari quella concreta efficacia di risultati che sembrava compromessa irrimediabilmente. Le funzioni restano sempre quelle tradizionali, stabilizzate nel rapporto con la comunità politica e con il governo: l’indirizzo comune, la legislazione, il controllo, il coordinamento federatore. Ma i nuovi strumenti di preparazione e di istruttoria — il «conoscere prima di deliberare» — possono cambiare la qualità e la forza della rappresentanza democratica e in essa, per prima, dell’opposizione.
Quelle funzioni parlamentari possono infatti ora contare non solo su una pienezza di dati necessari alla loro attuazione ma anche su precise valutazioni — predittive o posteriori — dei loro effetti.Con i nuovi strumenti cognitivi, aggiunti alle «vecchie» procedure del contraddittorio — cuore insostituibile della democrazia liberale — può ridisegnarsi la mappa del sistema politico. Il Parlamento può diventare veramente centrale. E si tratta di un risultato singolare per il tempo in cui viviamo. Mentre in tanti altri campi si teme un arretramento di cultura «umana» nelle decisioni e nei processi che portano ad esse, qui avviene il contrario. Il potenziamento, diciamo, «sovrumano» dell’istruttoria che individua le opzioni pertinenti, rende ogni Parlamento più «libero» di deliberare: in quella via stretta di alternative che comunque sempre la tecnologia deve lasciare alla politica.
Vi è da aggiungere che l’innesco degli algoritmi generativi nelle classiche procedure parlamentari non distrugge lavoro ma richiede invece un maggiore apporto di eccellenza amministrativa. Non basta infatti il rigore delle regole procedurali ma occorre soprattutto l’invenzione di «regole delle regole»: meta-regole volte a garantire insieme la sicurezza dei dati e la certezza del diritto nel sovraffollamento asfissiante di leggi e leggine.
Ma vi è qualcosa di più. Se davvero l’attuale «povertà» parlamentare sposerà la potente fortuna dell’intelligenza artificiale — e riuscirà a contenerla in una posizione strumentale di integrazione — l’orizzonte politico si allargherà. Il Parlamento può assumere allora funzioni di contrasto sociale in una sfera pubblica invasa da falsità che inquinano notizie, foto, voci — in un continuo depistaggio dell’opinione comune. L’evidenza dei fatti, raggiunta nel contraddittorio con l’opposizione, può divenire così «verità parlamentare» nei punti critici del dibattito pubblico: quando più è scossa la fiducia dei cittadini.
Certo lo «sceriffo» è assai potente: ma gli algoritmi «post-umani» non sono solo suoi. Ogni Parlamento — l’istituzione più antica nella storia dell’uomo — può farne strumenti propri di contropotere.
Deve concorrere, però, con la tecnologia, il «fattore umano»: convinto ancora, e ben saldo, nella tutela del suo antico luogo di libertà. Nel cuore d’Europa, più dell’ 82 per cento di elettori tedeschi alle ultime votazioni hanno dimostrato di credere ancora nel loro Bundestag. Parlamenti popolarmente radicati saranno sempre in effetti la prima difesa dell’Unione contro ogni assalto.