Luca Zaia

Il presidente del Veneto: ci siamo consolidati, si può solo crescere. E continueremo a guidare la nostra Regione

Presidente, come si presenta la Lega al congresso di Firenze?

«Respiro aria di ottimismo — risponde Luca Zaia, governatore del Veneto — Vico parlava di corsi e ricorsi storici. Io, che sono meno autorevole di lui, dico che ho visto di meglio ma anche vissuto di peggio. Ci siamo consolidati, ora si può solo crescere».

 

Gli ultimi sondaggi vi danno in crescita. Le ultime posizioni su guerra e dintorni stanno pagando?

«Gli alti e bassi li hanno vissuti tutti, natura non facit saltus, chiedete al Pd (con Renzi arrivò al 42% in Veneto) e a Forza Italia. Stiamo ritrovando il consenso attorno a un progetto chiaro, senza però dimenticare da dove veniamo. Chi fa politica non deve comportarsi come quell’investitore di Borsa che se vede il titolo calare lo vende subito».

Essere pacifisti paga?

«Non dobbiamo fare le scelte in base ai sondaggi. Per noi il no alla guerra è un dato fondativo. Non siamo nati per sostenere i conflitti, la Lega è una forza di pace. Per noi della Liga, poi, parlano i 1100 anni della Repubblica Veneta che non è mai stata guerrafondaia. Ha una storia di regina della diplomazia».

Lei pensa che basti di fronte a un aggressore?

«Non c’è guerra nella storia che non sia finita con un accordo. Non si vince bombardando di più, ma sedendosi attorno a un tavolo e lavorando a una soluzione diplomatica».

Anche a lei piace Trump?

«Io non faccio da cheerleader per nessuno. È innegabile che Trump sulla guerra si gioca la reputazione. Ha fatto tutta una campagna all’insegna della pace. Ora deve ottenerla e mi pare che offra molte più garanzie di quante ne ha date Biden. Noi europei non dobbiamo schierarci secondo simpatie o antipatie ma prendere atto e dialogare con il presidente di turno».

La Lega è contro il riarmo. Condivide?

«Io sono un sostenitore ante litteram di questa posizione. Il dramma è che non esiste più una diplomazia europea. Pochi conoscono il ministro degli Esteri europeo. Le guerre, ripeto, non si vincono con le prove muscolari. Il riarmo non può essere la strategia dell’Europa. Sarebbe un salto all’indietro di decenni».

Lei è contrario anche alle ritorsioni sui dazi.

«L’Europa deve dare una risposta forte e coesa, il muro contro muro non paga mai. I dazi sono una catastrofe, un terzo cigno nero dopo il Covid e la guerra in Ucraina. Bisogna trattare con gli americani, per trovare una soluzione. Arrivare a un vero asse Usa-Ue per combattere assieme le sfide dei mercati. L’Italia può fare da ponte strategico con Washington. Da domani avremo in Veneto, a Vinitaly, 3 mila operatori del vino statunitensi. Sarà un primo momento importante di confronto diretto, tasteremo il polso ai mercati».

L’Autonomia a cui lei tiene tanto è ancora ferma al palo.

«Continuo a ripetere che o la si fa per scelta o per necessità. Per quanto si voglia tirare il freno d’emergenza, il treno arriverà. Il federalismo è l’unica àncora di salvezza del nostro Paese».

Salvini ha promesso che diventerà realtà entro la fine dell’anno. Ci crede?

«Lo vedo, prima di crederci. Il tavolo delle trattative va avanti anche se la strada è in salita. A Roma c’è l’orticaria da Autonomia. Ma non si molla».

Il governo corre rischi?

«Con l’esecutivo l’intesa è ottima e siamo convintamente a fianco di Giorgia Meloni. L’Autonomia fa parte del contratto di governo, non è un optional. Sarebbe inaccettabile se non fosse approvata così come il premierato. Gli impegni vanno rispettati».

Tra Lega e FI è lite continua.

«Il dibattito è il sale della democrazia, anche quello interno alle coalizioni. Non conosco governo, di qualsiasi colore, che non abbia avuto discussioni al suo interno. È fisiologico».

Si parla molto del destino del Veneto. Rimarrà a guida leghista?

«Io non mi sono candidato nemmeno alle Europee per portare fino in fondo il mandato. La Lega ha i numeri per continuare a guidare la Regione. Starà al segretario federale trovare la soluzione. Il Veneto ha una tradizione di buon governo che va preservata. È anche una questione di identità che per la Lega è tutto».

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